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EBBENE SI’, CONTINUA…

13 marzo 2011

Qualche giorno in campagna, a godere del freddo, assolato e deinternettizzato, sano e ricostituente, di quel versante delle Marche, ed eccomi di nuovo nella Capitale, temendo l’insano e deprimente inizio della primavera, già foriera del risveglio delle estive tendenze alla caciaroneria di una prevalente minoranza di cittadini. (*) L’ intervallo campagnolo, fra le altre cose, mi ha permesso di recuperare il numero di Musica Jazz al quale ho accennato all’inizio di questa cosa che ho chiamato CONTINUA (a proposito, è un nome veramente brutto, sto pensando di cambiarlo). Ecco la pagina alla quale mi riferivo.

Bene.
Bien.
Well.

Visto che nelle discografie dei due protagonisti non ho individuato registrazioni che potessero indicare se si trovassero effettivamente da un’altra parte, non c’è ragione per non datare al maggio del ’67 quel dialogo fra Art Blakey e Don Byas in “un parco di Milano”. Immagino che probabilmente esiste qualche posto che si chiama Milano anche negli USA o in qualche altra parte del globo, ma ciò non mi impedisce di supporre che quel “parco di Milano” fosse, chessò, Piazza Leonardo Da Vinci.

In quell’epoca frequentavo con un certo successo le elementari (dovevo essere in quarta, o giù di lì) presso la scuola Leonardo da Vinci, i cui portoni si aprivano sull’ampia piazza omonima. I primi due anni delle elementari per maestra avemmo “la” Belloni, che ricordo come signora un pò in carne e dall’atteggiamente tendenzialmente materno. Veniva da Lodi, se non erro.
In terza fummo investiti dalla necessità di una crescita responsabilizzante, e non solo per il passaggio dal grembiulino nero alla divisa grigiastra, ma soprattutto per l’avvicendamento alla guida della classe del nuovo maestro, “il” Refini. La nuova gestione era caratterizzata da una impostazione un po’ più rude del rapporto maestro-studente; essere considerati “ometti”, così, di punto in bianco, fu un’esperienza a cui alcuni di noi non erano preparati; altri, invece, ne furono entusiasti, ed esaltati.

“Il” Refini era aretino, e, in quanto tale, indiscutibile depositario del corretto utilizzo della lingua italiana; in particolare non nascondeva di aborrire quella pronuncia vagamente aperta delle vocali che segnava la parlata di noi studentelli meneghini.

Insomma, cambiamenti che, per usare un termine che ai giorni nostri va forte, andrebbero definiti “epocali”.


Si esce di scuola alla fine della quinta ora e ci si sparpaglia; fuori parecchi genitori che aspettano; io sono fra quelli che, abitando non tanto lontano, generalmente tornano a casa a piedi, o col tram se fa brutto; in entrambi i casi non ho bisogno di attraversare completamente la piazza, ed è forse per questa ragione che non noto quei due signori di colore, lo smilzo, e quello un po’ più vecchio ma soprattutto invecchiato, che discutono percorrendo un vialetto; l’uno con incedere dinoccolato e nervoso, l’altro più appesantito.

Sicuramente se li avessi incrociati mi sarebbero rimasti impressi e l’avrei raccontato in giro: Milano non era poi così cosmopolita, in quegli anni. Ma forse c’è qualcuno, da qualche parte, che ricorda qualcosa.

(*) Un ritorno vieppiù intriso di incazzitudine, dato che mentre andiamo via noi, in paese arriva la tappa della Tirreno-Adriatico. Ma non potevano dirlo prima che mi organizzavo diversamente?

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