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L’intervento del maligno nella quotidianità.

16 febbraio 2010

Ho lavorato più di un quarto di secolo nell’informatica, e non escludo che ciò possa avvenire ancora, se in questo paese dovesse cambiare un certo atteggiamento mentale nei confronti della terza età. Ma questo è un altro discorso.
L’esperienza in tale tipo di lavoro, oltre alle deformazioni e/o mostruosità che inevitabilmente si ingenerano sia sul fisico che sulla psiche degli informatici, provoca anche effetti positivi su alcune attitudini umane quali l’approccio ai problemi e la risoluzione pratica dei medesimi. Divagazione: molti potrebbero affermare che SI DIVENTA informatici PERCHE’ si nasce con una certa forma mentis, e non viceversa; ma la verità spesso è nel mezzo: credo che l’informatica, alla fin fine, non faccia che AGGRAVARE certe caratteristiche già presenti fin dall’infanzia in alcuni soggetti. Comunque, per tornare a noi, adottare la logica booleana non serve solo nella programmazione, ma forse è quanto di più razionale si possa applicare nell’affrontare i piccoli problemi quotidiani; così come, di fronte all’esecuzione di un qualunque compito costituito da più fasi, è buona norma disegnarsi mentalmente un diagramma di flusso (cosa che comunque molti fanno inconsapevolmente), o addirittura su carta nei casi più difficili. Bene, sto affermando che, VOLENDO, sono in grado di affrontare un problema in maniera concreta, ragionata.
Ma cosa c’entra il maligno in tutto questo?
Esperienze ormai consolidate mi hanno convinto che vi sono oggetti, e soprattutto azioni legate a tali oggetti, che sono spesso interessati da forze oscure, circonfusi di negatività più o meno palesi. Tanto da riuscire ad annullare, per quanto mi riguarda, una naturale predisposizione alla razionalità. Ovviamente non si può generalizzare: le stesse entità non hanno la stessa influenza su tutti, o meglio, variano a seconda delle persone. Per quanto mi concerne, esiste un’attività assolutamente esemplare di tutto ciò:

L’ETERNA LOTTA TRA L’UOMO E LA CINGHIA DELLA TAPPARELLA DA SOSTITUIRE.
(L’uomo sono io, la cinghia della tapparella è la cinghia della tapparella).
Abito in un appartamento con una insopportabile quantità di finestre e porte-finestre, e quindi con un pari numero di tapparelle. L’eventualità che si rompano le cinghie atte al sollevamento delle medesime è quindi estremamente alta, in media una al mese, con periodi di tranquillità ed altri in cui tali eventi si concentrano nel giro di pochi giorni; assieme ad altre attività paranormali collegate, come la rottura del gancetto che àncora la tapparella al rullo sovrastante, oppure l’uscita di sede della cinghia medesima che si annoda inestricabilmente intorno alla molla incassata nel muro, provocando il blocco di tutto il sistema. Si potrebbe pensare che, dedicandomi quindi con una certa frequenza a questi lavoretti che una mente semplice potrebbe definire “di manutenzione”, sia giunto al punto di affrontare con scioltezza e serenità tali compiti.
NO.
La logica che sottende a questa attività mi risulta ingovernabile. Ultimamente ho applicato anche l’approccio “a oggetti”: analizzo le componenti del problema stabilendone le proprietà e le funzioni. Niente. Impossibilità assoluta di visualizzarne mentalmente il comportamento meccanico. Perdita dell’autocontrollo. Rabbiosi ma confusi tentativi di risolvere il problema il prima possibile per sfuggire all’atmosfera inquietante che, mano a mano, si diffonde inarrestabile. Approccio sbagliato ma inevitabile che porta a frequenti errori nelle sequenza delle operazioni, con inevitabile ripetizione doppia o tripla. A volte provocandomi lievi danni fisici, mentre sulla scala infilo le mani nello stretto spazio attraverso cui devo agganciare il capo della cinghia all’uncino della ruota metallica solidale al rullo, oppure mentre sforzo la rotella contenente la molla per metterla in tensione, essa diabolicamente mi sfugge e si svolge violentemente, saltellando in giro e producendo un suono che è a metà tra un ruggito ed un ghigno beffardo, ma metallico.
Bene. Penso che tutti quanti abbiamo delle bestie nere nell’armadio, o degli incubi nel cassetto, se preferite. Sono convinto che questi casi sono la prova della presenza di qualcosa di subdolo, di sardonico nella vita di tutti i giorni.
Il problema è: credere in una seppur limitata presenza del maligno vuol dire essere credenti? equivale cioè ad accettare automaticamente anche il contraltare, ciò che molti chiamano Dio?
Insomma, la Fede è bifronte?

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4 commenti leave one →
  1. 16 febbraio 2010 16:24

    E' la prima volta che sento ipotizzare che Dio si manifesti con le tapparelle, sia pure in modo indiretto. Comunque, se proprio vuoi affrontare la questione in modo teologico, potresti ogni primo venerdì del mese dedicarti a questa nuova pratica ascetica: il cambio della tapparella, che diventerebbe così un atto liturgico, se vogliamo, un modo per affrontare il problema con slancio mistico. Quanto alle piccole ferite, non si è sempre detto che è il sangue versato a redimere il mondo? Da questo punto di vista, ti puoi considerare un benefattore dell'umanità!
    Un grazie a nome di tutti!
    Roberto

  2. 18 febbraio 2010 22:27

    mi gostaria publicare questa nottini in nadda, mi lo lo pregliaria per piaccere, caro primo??

  3. 19 febbraio 2010 08:43

    “questa nottini”…?

  4. Anonimo permalink
    19 febbraio 2010 08:46

    Apenas logro traducir tu comentario… (Tonio La Preglia)

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