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bugie IV – I lunedì della Contessa Barthory

1 febbraio 2010
(foto Jeremy Icons)

Galileo, abbiamo trent’anni e qualcosa.
Siamo qua molto prima di dove volevamo.
Non è il punto esatto, ma…facciamo finta e non diciamo niente.
Trent’anni dovrebbero essere salute e ci sentiamo una merda, scomodi e sporchi.
Ma rimaniamo quieti, perché crediamo che se ci sforziamo un po’ avremo chance di riuscirci.
Ma riuscire in cosa?
Sogni, sogni infantili e gloriosi.
Noi là, nella statua equestre, come ci promise la mamma e la seconda mamma di settimo.
Quelle che con amore tagliano il foraggio per i cammelli.
Galileo, Galileo dove sei che non ti vedo?
Lì…
Veniamo dai vent’anni, dalle esplosioni di amore, dal carnevale di amici, dagli eccessi che percorrono il limite delle aspettative proibite.
E quando improvvisamente finì la musica, e si accese la luce, con gli occhi doloranti vedemmo alcuni degli amici che si sistemavano un pò, e che molto seriamente si orientarono verso il lato opposto su cui ci eravamo accordati con ammirevole sicurezza, alcuni altri sono addormentati, disinbastiti in giro e non ricordiamo chi sono, altri se ne erano andati prima della sbornia e dicono che sempre, in tutte questi feste c’è di mezzo uno che muore.
Galileo hai fatto uso in quelle feste di tutti i suoi incantesimi ed attualmente vivi con la tua principessa, la migliore di tutte, la più vincente…ma la migliore di tutte quelle di una scatola così piccola.
Galileo dato che ne abbiamo già trenta, abbiamo scoperto che stavamo scegliendo fra due sapori e due colori e che ce ne sono centinaia, più in là, sulla linea dell’orizzonte.
La stessa cosa pensa la tua principessa nonostante non lo dica.
Col cacchio lo direbbe.
Meglio morta piuttosto che dirlo…
Sai che succede, Galileo?
È che ancora mancano alcuni giorni perchè ti renda conto che quell’acido che ti sta bucando dentro, ci sta svuotando quasi tutti.
E ti mancano degli anni, per capire che ti sei svuotato inutilmente, quelle scatole sono di due sapori, quella strada all’orizzonte è uno strato di dulce de leche di tre metri di profondità e che l’orizzonte è una riga mobile e si allontana.
Questo sì, nella testolina balla un sapore e un colore stravagante e squisito e c’è la certezza di un nastro trasportatore più veloce dell’orizzonte.
È simpatico, la verità a rate è come una buona bugia persistente ed appiccicosa che con l’iniezione della prossima quota in mezzo al sedere tremante e pauroso, muterá, non in una realtà, ma in un altro inganno.
Mi immagino le risate che devono essere scappate a chi ci contempla.
Un sorriso minimo in confronto a quello che gli provocherà vederti l’espressione, nell’istante stesso in cui salgono sul nastro, di quei pochi.
Siamo tanto stanchi, tanto delusi che non riusciamo a pensare che quella salita, forse, è una falsa messa in scena affinchè tu continui a scalciare.
Scemi, Galileo siamo degli scemi, usando a cacchio lo scudo delle bugie ed affondandoci la spada dove più ci fa male.
Vanitosi stupidi, a volte crediamo addirittura che il nastro si avvicini e forse la verità che giuriamo è menzogna per tutto il tribunale.

(continua)

Libera risemantizzazione dei dialoghi fra El Gloria e una certa Contessa Bathory, ad opera del Señor Profesor La Preglia
Libera traduzione ad opera di Tonio La Preglia

di Una Tal Condesa Bathory
Otra Produccion de Nada//Nulla Editions Copyright 2010

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