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Sono sempre stato fotografo

18 dicembre 2009
(forse da prima)

Quasi un anno fa, Parque Lezama. Quasi un turista.
E’ complicato da spiegare.
Un quasi turista nel Parque Lezama di quasi un anno fa.
Mi aggiro con la Canon al collo; per ragioni che non mi pongo scatto anche la foto di un edificio anonimo e anche sbucciato; non riesco a trovare l’inquadratura, mi sposto lungo i vialetti, ma gli alberi si frappongono; mi accontento, scatto, però è quasi una rinuncia. Il giorno dopo, controllando le foto sullo schermo della reflex, trovo un’incomprensibile presenza quel palazzo sbreccato, e inoltre la sensazione di essere osservato mentre la guardo.
Ma le foto hanno bisogno del fotografo per essere fatte.


Ritorno a Roma, passano i mesi. A seguito di un trasloco trovo una scatola. Fotografie. Ricordi ricordati da nessuno. Scartabello, molte mai viste. Sconosciuti degli anni 50, oppure riconosciuti ma immortalati in momenti misteriosi. Ma una è indiscutibile, sono i miei, in formato 6×9. Giro la foto. Una dedica e la data, agosto ’52. La rigiro; quel palazzo con la scritta Cinzano? simbolo di un brindisi? Comunque la foto l’ho fatta io, è ovvio; non ero nato, d’accordo, nel ’52, ma allora perchè il palazzo mi guarda? Respingo l’argomento, abbandono la scatola e mi occupo d’altro più urgente. Ma a volte i pensieri hanno vita autonoma. La sera sto cenando ma lascio lì i ravioli, vado al computer, sono sicuro che è la dentro, fra alcune centinaia di foto digitali di quel viaggio. Sono divise per data di scatto. La trovo. La osservo.

Si vede che nel ’52 la vegetazione era disposta diversamente.
Rintraccio nella scatola quella in bianco e nero, la scruto con la lente, la scannerizzo, la ingrandisco, la esploro sullo schermo. Le finestre lì in alto, di nuovo la sensazione di essere osservato.
Ritorno a quella recente, mi impunto sul muro laterale: pezzi sbocconcellati di lettere, la scritta Cinzano riaffiora beffarda. Guardo le finestre, anche quelle con le presenze dietro le imposte chiuse, e capisco.

Gli occhi forse non sono gli stessi, dopo quasi 57 anni. Ma gli sguardi sì. Gli sguardi hanno bisogno di occhi, ma sopravvivono a chi osserva.

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