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otaniburila – III

29 novembre 2009

Fu in quegli anni (pochi ma formativi) presso i barnabiti che Milo incontrò studenti dalle caratteristiche più svariate, dei quali in seguito non seppe più nulla, ma che inevitabilmente arricchirono la conoscenza antropologica dei suoi simili. Ma andiamo al dunque. L’ambientazione è quella del cortile della scuola, durante un quarto d’ora di ricreazione particolarmente noioso; Milo ed alcuni compagni di classe percorrono, mani in tasca, il vialetto che delimita il campo di calcio, nel quale alcuni adolescenti tirano pallonate nella nebbia, richiamandosi l’un ‘altro con urla sguaiate.
Il gruppetto di infreddoliti sta per decidere di rientrare in classe, quando vedono un loro compagno particolarmente agitato che li raggiunge di corsa, brandendo nella mano un foglio di carta; questo personaggio di cui non ricordo il nome (e che quindi chiameremo N.R.) è un ragazzino che, perfetto esponente di quell’età che si dibatte per uscire dalla stupidera, come si dice al nord, per entrare in non si sa bene che cosa, è capace di promuovere con entusiasmo qualunque iniziativa di gioco, e di sfornare con solerzia genialità e cazzate senza dar il tempo di classificarle in una delle due categorie.
Ragazzi, esordisce N.R., ho avuto un’idea; potremmo far finta di essere tutti sultani. Ma solo all’inizio, per avere nuovi cognomi. Basta chiamarsi tutti Alì.
L’euforia sta evidentemente divorando N.R. al punto da impedirgli di esprimersi con la dovuta consequenzialità. Il gruppuscolo, disponibile alle novità, si è già animato, ed esorta il compagno a riordinare i concetti.
Adesso vi spiego, riprende N.R., tenendo il foglio all’indietro ed in alto, il testo non raggiungibile dalla nostra visuale, pronto evidentemente a proporcelo nel momento cruciale dell’enunciazione della sua teoria.
Mi è venuto in mente che se fossimo tutti sultani… In effetti, a seguito di una lezione abbastanza seguita sull’Impero Ottomano, l’interesse per quella cultura si era fatta strada fra diversi alunni, o forse solo l’interesse su certe prerogative dei Sultani, come per esempio la possibilità di avere molte mogli legittime, prerogativa, a quell’età, incomprensibilmente considerata vantaggiosa.
Mi è venuto in mente che se fossimo tutti sultani…, forse ci chiameremmo tutti Alì, di nome proprio, invece che Roberto, Fulvio, Milo…
I ragazzi annuiscono, non manca di logica. Allora ho fatto un’esperimento. Ho scritto tutti i cognomi della classe mettendoci davanti Alì e (mostrandoci finalmente il foglio) li ho riscritti tutti al contrario!
Il foglio presenta una prima colonna con i cognomi in ordine alfabetico dei compagni (che non riporterò, per legittima tutela della riservatezza dei medesimi) ed in una colonna a fianco il risultato della trasformazione, ottenuta come spiegato. La lettura avviene con interesse, chi affrontandola con sistematicità e valutando uno per uno i nuovi nomi (Itaibbaila, Ingodebila, …) chi, come Milo, saltando direttamente al punto della lista che lo riguarda (Ravsemetila, non era male, ha qualcosa di biblico) e valutando poi gli altri alla rinfusa. Attenzione, esalta N.R., alcuni di questi nomi possono anche leggersi come nome e cognome: Ingo Debila, per esempio; il consenso cresce; sì, è bello, prende la parola Milo, che all’epoca sviluppava gia un senso ipercritico non comune, stemperato peraltro da un innato rispetto per le idee altrui, però ho notato che certi nomi, per esempio quelli con il ci-acca, diventano difficili da pronunciare: guarda… Iraihcrecila; è vero, risponde N.R. dopo una breve riflessione, ma se ci fai caso, sembra davvero un nome arabo, da sultano; anche questi, guarda, dice indicando alcune delle righe del foglio: Allib Marbila, Ottib Maigila.
Gli altri componenti del gruppo continuano a commentare la lista: Alletnacila, un pò difficile, Irarrefila, ehi, io divento Isso Rila…
Milo, nel quale forse si poteva già osservare in sedicesimo la tendenza depressivo-pessimistica, ben sviluppata poi con gli anni, ad una certa sensibilità nel riscontrare gli aspetti negativi di qualunque vicenda, attrezzo o persona, assume un’aria dubbiosa: senti, N.R., hai visto che però così tutti i cognomi finiscono in ila, a lungo andare potrebbe diventare noioso; la risposta è più pronta questa volta: è meglio così, se non ci fosse la ila quasi tutti i cognomi finirebbero con una consonante, guarda che brutto, ad esempio: otanibur… tutti gli sguardi si concentrano su quella parola, qualche secondo di silenzio, dopodiche un’esplosione di acclamazioni e risate, pacche sulle spalle: Otaniburila, ripetuto più volte e poi scandito per coglierne la sonorità e le possibili suggestioni semantiche, Otaniburila, da diffondere subito, di corsa il vociante ritorno in classe: la necessità di condivisione dell’adolescenza.

(continua)

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